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Christian Marazzi ci racconta la crisi da sinistra. E fa paura…

Sergio Bologna e Christian Marazzi

Sergio Bologna e Christian Marazzi

In un’intervista di Ida Dominijanni all’economista Christian Marazzi alcune verità sulla crisi dell’euro e sul suo spessore. Il manifesto, 3 dicembre 2011

La missione impossibile del salvataggio dell’euro, la frana della de-europeizzazione, il cataclisma geopolitico che ne può derivare. Ma con l’austerità non si esce dalla crisi, si produce recessione e depressione. Intervista a Christian Marazzi sulla penitenza dopo l’abbuffata neoliberale e sull’antidoto del comune

Economista, docente alla Scuola universitaria della Svizzera italiana e, in passato, a Padova, New York e Ginevra, militante e intellettuale di riferimento dei movimenti della sinistra radicale, Christian Marazzi è uno degli analisti più lucidi della crisi economico-finanziaria in corso. Fra i primi a diagnosticarne il carattere storico e l’impatto globale, già nel 2009, quando la crisi impazzava negli Usa, aveva previsto l’inevitabile coinvolgimento dell’eurozona. Fine analista della finanziarizzazione come modus operandi del biocapitalismo postfordista, non crede nella possibilità di uscire dalla crisi o di contenerne le contraddizioni attraverso le politiche del rigore. Partiamo dal salvataggio dell’euro per ragionare di quello che ci attende.

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Monti: cambiamento ed eleganza

Marco Revelli

Marco Revelli

Finalmente dopo 17 anni di sofferenza Silvio Berlusconi è stato costretto a dimettersi. Se ne è andato tra i fischi – e ci mancava altro – e i ringraziamenti del nuovo ministro Monti, eretto a furor di parlamento con soli 25 contrari, i legaioli.

Il come sia stato eretto Monti è quanto meno imbarazzante: la cosa si sa da luglio (come ha dimostrato il direttore de “il Giornale” l’altra sera all’Infedele su LA7, quindi un giornalista “normale” lo avrà saputo anche da prima), cioè da quando s’è capito che al Berlusca non gli passava manco per il capo di essere quello che, su ordine di BCE e FMI, doveva fare a fette il paese – cioè i soliti, il popolino e la classe media. A quel punto il Compagno Napolitano nomina Senatore a vita il designato (da chi? non dite “dai poteri forti, dalla finanza internazionali, dalle banche”, che rischiate di prendervi dei nazisti dai Gad Lerner di turno!) e poi Presidente del Consiglio. Il quale si circonda da gente generosissima, che molla lavori da 8 milioni di euri l’anno per venire a fare il ministro per la miseria di 300 mila (non facciamo nomi ma solo cognomi: Passera).

Nell’entusiasta mondo della “sinistra”  – i sinistri del Pd su tutti: son così contenti che sembra quasi che sia merito loro se è caduto il Grande Ed Unico Nemico – spiccano alcuni che riescono a dare il peggio del peggio (lo so, sembra impossibile), e con sprezzo del pericolo ed amore per il ridicolo, scrivono su importanti quotidiani, sempre di sinistra, pezzi che toccano il cuore e fanno capire che è ora di smetterla con le menate e passare ai fatti: c’è la crisi, siamo tutti sulla stessa barca e poi Monti è tanto elegante e composto, che dopo tutti ‘sti anni di becero berlusconismo proprio ‘un ce la si faceva più.

Di questi tristi et sinistri figuri ne scelgo uno che mi ha colpito particolarmente, Marco Revelli. Sarà perché è uno storico, sarà perché lo seguo con interesse e pure con stima da tanti anni, ma quando ho letto il suo “Baciare il rospo ancora una volta” su il manifesto del 17 novembre, sono rimasto (come diceva quello che non lo volevano portare).

Di seguito alcuni passi che dobbiamo studiarci a memoria, perché sono l’abc del nostro futuro politico di sinistra:

Confesso innanzitutto che se fossi stato a Roma, sabato scorso, avrei probabilmente preso una bandierina (tricolore) e sarei sceso in strada a festeggiare. Perché quella sera, alle 21 e 42, è davvero finito “ufficialmente” il berlusconismo. So benissimo che la sconfitta di Berlusconi viene da lontano, da Milano, con la vittoria di Pisapia, dal referendum con i 27 milioni di persone che gli hanno disubbidito, e prima ancora dal 14 febbraio con quel popolo rosa che ha detto «se non ora quando».

Qui si devono commentare due punti fondamentali:

  1. il nostro è talmente eccitato dalla fine del governo Berlusconi, da voler andare in giro con la bandierina nazionalpopolare, tipo Mondiali di calcio. Questo è il livello di base;
  2. ma, e soprattutto, l’importante intellettuale nonché storico è convinto che la fine del berlusca sia da accreditare a Pisapia e ai referendum.

Questo il livello attuale dell’intellighenzia italiota di sinistra. E poi ci si stupisce… Ma il meglio deve ancora venire:

Confesso anche – e la cosa mi costa un po’ di più – che ho fatto il tifo per Mario Monti. Forse per una questione di pelle. Più estetica (ed etica) che politica. Perché dopo tanto strepitare sopra le righe, dopo la volgarità al potere, il disgusto quotidiano e lo strepito da caravanserraglio, i troppi nani e ballerine e paillettes e cotillon nel cuore dello Stato, la sua normalità sembra un miracolo. La sua sobrietà di abito e di parola una rivoluzione.

E qui non si scappa: Monti porta ordine, eleganza, buone maniere. Finalmente possiamo andare ai congressi all’estero, mandare le email ai nostri colleghi anglosassoni, parlare al telefono con gli amici francesi senza doverci vergognare di avere come presidente del consiglio uno che fa gli scherzi idioti e racconta le barzellette sessiste e si scopa le minorenni.

Importa ‘na sega se poi l’elegantissimo Monti ci macellerà il paese, ad iniziare dai ceti meno abbienti fino a quelli medi: noi siamo professori universitari, gente di un certo livello, mica popolino.

 L’importante articolo, in tutta la sua interezza e rilevanza, lo potete trovare qui:

http://temi.repubblica.it/micromega-online/revelli-bacio-il-rospo-monti-ma/

Mi raccomando: ordine, decoro e correttezza. Siamo italiani!

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E’ morto un genio dell’informatica, Dennis MacAlistair Ritchie

Tra l’8 e il 9 di ottobre è morto un genio dell’informatica. Un uomo grazie a al cui lavoro – suo e di tanti e tante altr@ hacker degli anni ’60 e ’70 – oggi possiamo usare un computer, usare la rete, e tante altre cose che crediamo banali. Grazie a lui oggi uomini di marketing, che si e no sapevano cosa fosse il codice, sono passati da forma umana a forma semidivina.

E visto che c’è già chi ha scritto meglio di quanto io potrei quel che c’era da dire, non faccio altro che riportarlo tale e quale.

Grazie dmr, e massimo rispetto.

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E’ morto un uomo di marketing, Steve Jobs

Debbo dire che sono abbastanza disgustato per il diluvio di lacrime che ha scatenato la morte del miliardario Steve Jobs. Mi ha disgustato di più del dovuto forse in seguito all’assordante silenzio sulla morte delle 4 operaie in nero pugliesi, schiacciate dalle macerie dell’azienda per cui lavoravano a 4€ l’ora…

Un anno fa usciva un libro sulla Apple (Mela marcia, alla cui stesura ho partecipato pure io) e su cosa era diventata dal ritorno di Steve Jobs alla sua guida: una delle maggiori multinazionali dell’informatica attuale, per i soci; una delle peggiori per i lavoratori e gli utenti (se attenti alle proprie libertà e alla propria privacy). Visto che fu pubblicato sotto licenza Creative Commons, ripubblico qui il mio capitolo, quello sulla storia della Apple. Una storia un po’ diversa da quella canonica.

E ‘fanculo.

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La democrazia siamo noi!

 

Imbucati

Imbucati

E’ successa una cosa molto importante nell’Italia degli ultimi mesi: la gente si è stufata di questa classe politica, tutta, ed ha deciso di tornare a partecipare attivamente alla vita politica del paese. Alla vita politica, cioè è tornata ad essere attiva, ha preteso di partecipare nonostante tutto e tutti – partiti, televisione, media in genere – ed ha conseguito risultati impensabili fino a pochissimo tempo fa: la vittoria di Pisapia e De Magistris a Milano e Napoli prima; lo straordinario successo dei referendum ieri.

E’ su quest’ultimi che mi voglio fermare, perché è coi referendum che si vede meglio come la partecipazione attiva dei cittadini possa portare a quel cambiamento di cui il nostro paese ha estremo bisogno. I referendum sono stati portati avanti quasi esclusivamente da comitati composti in gran parte da cittadini e cittadine senza tessera di partito. Gli stessi partiti dell’arco parlamentare – escluso l’Idv di Di Pietro nel caso del quesito sul “leggittimo impedimento” – o erano contrari o facevano finta di essere a favore (e solo dopo le vittorie delle amministrative, quando si è capito che ce la si poteva fare anche ai referendum).

A livello locale – così ci racconta la gente in rete, su twitter e facebook – a parte i comitati e i partitini della “sinistra radicale” (con impegno medio), nessuno s’è mosso per promuovere la partecipazione della gente, tanto meno il Pd di Bersani, che capito che la vittoria era a portata di mano, ha pensato bene, all’ultimo secondo, di salire sul carro del vincitore. Tanto che, qui in Toscana, i volantini del Pd per i 4 SI hanno in calce “finiti di stampare il 19/05/2011″. Nel mio comune, in provincia di Grosseto, non c’è un manifesto del Pd negli appositi spazi, e l’unica iniziativa che hanno fatto, è stata un’assemblea pubblica il giovedì precedente le votazioni. Alla facci dell’impegno!

Ma non solo: nei mesi precedenti le elezioni amministrative, il Pd ha fatto di tutto per disinnescare i referendum, in particolare quelli sull’acqua, in cui gli interessi del partito di Bersani sono altissimi, soprattutto nelle regioni “rosse”. Qualche esempio?

Sono molti ad avere dubbi. E non manca chi si asterrà Ceroni (Fiora)

Il Ceroni è il presidente dell’Acquedotto del Fiora, società privata che serve le provincie di Grosseto e Siena. E’ il boss del Pd del Monte Amiata (splendida montagna a mezzo tra le due provincie). Che in un altro articolo sempre sul Tirreno, assieme ad altri amministratori toscani dell’acqua ha detto:

E’ sul secondo quesito che i gestori di centrosinistra delle aziende – da Erasmo D’Angelis di Publiacqua a Claudio Ceroni dell’Acquedotto del Fiora – non sono d’accordo. E lanciano l’allarme: «Senza la remunerazione del capitale investito si riduce quasi totalmente la possibilità di accendere mutui, si blocca la maggior parte degli investimenti, con una serie di effetti facilmente immaginabili a seguito della mancata realizzazione di nuovi impianti», sostiene Ceroni. «Se vince il sì, il risultato sarà la diminuizione degli investimenti. Se ci tolgono la remunerazione del capitale non ci sarà nessun istituto bancario disposto a fornire credito e questo impedirà alle società di fare investimenti sugli impianti fognari, della depurazione e sul rinnovamento della rete», aggiunge Paolo Saccani, amministratore delegato della Geal di Lucca.

http://bit.ly/lah60u

Ecco spiegata l’inattività del Pd in Toscana: interessi, soldi, business.

Nonostante la forza congiunta di governo, opposizione e media, i cittadini italiani sono andati a votare, di/mostrando che non se ne può più, che vogliamo, pretendiamo un altro modo di gestire la polis, la cosa pubblica, un altro modo di fare politica.

E’ la nostra vittoria, non dei Bersani o dei Di Pietro o dei Vendola, ma di noi cittadini. E’ una nostra vittoria, ma è anche l’inizio, non la fine, di un percorso che deve portarci ad essere sempre più attivi, partecipanti e presenti nella gestione della nostra vita.

La democrazia siamo noi!

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